Recensione di XXI dei Nuntii (i Dimenticati) – Gottfried Dunkel

La recensione è apparsa sul mensile indipendente di divulgazione ed informazione Piazza Verdi, Anno XXVI – Maggio 2014.

XXI DEI NUNTII (I DIMENTICATI)

 

Mostra fotografica di Massimiliano Caleffi che si è tenuta a San Felice dal 14 al 21 Aprile.

Linguaggio poetico e lessico parlato

L’automobilista frettoloso e distratto che si fosse trovato a passare dopo la metà di aprile lungo la via Mazzini, a San Felice, avrebbe pensato ad un’esposizione di pittura.
Tratto in inganno dai cavalletti cui erano esposte le immagini ma ancor più dalla particolarità delle immagini stesse.

Le fotografie che sono state esposte da Massimiliano Caleffi avevano infatti poco a vedere con la maggioranza di quelle che si vedono spesso nelle diverse occasioni, e questo indipendentemente dal tema.

Entrando nel contesto, sono immagini che giocano sullo scarto fra luce, l’ombra e il buio, con andamento ondivago tra la fotosolarizzata e la fotomeccanica, dove il colore, quando c’è, non diventa mai il significante principale.
Complemento alla forma esso l’aggettiva, al più ne completa il senso (tali le colonne azzurre e le sfiammate di rosso).

Il tema poi non è certo dei più frequentati dalla fotografia artistica odierna: esula dalla proposizione del mero ossequio alla fede come a quella della fredda riproduzione dell’aspetto architettonico.

I soggetti sono angeli; statue riprese nei maggiori cimiteri monumentali italiani che, con inquadrature a volte azzardate, sfuggono al riferimento a volte fideistico ad una singola religione come a quello ad una estesa e spersonalizzata laicità, non comunicano l’istantaneità della morte bensì la certezza che sta nella sua attesa, ed insieme quella in un’eventualità che verrà dopo; avvenire incerto come incerto è stato il momento in cui essa è avvenuta (lo scarto fra il divenire e l’avvenire?).

La gestione dei primi piani fa si che la mestizia dei volti non giunga mai alla tristezza (nonostante le lacrime nere), lo sconcerto non arrivi mai alla ribellione (pur nell’austerità delle espressioni).

Nel proporre una religione al di sopra di ogni singola religione lascia intuire una sacralità al di sotto di ogni dogma, paradossalmente qualcosa che, ricordandoci l’ineffabilità della morte, è più vicina alla vita di ognuno di noi.

Con alcuni punti di ripresa non convenzionali induce ad una meditazione che va oltre il pensiero di finitezza dell’esistenza o di infinità (indefinita) del tempo, ad un sentimento di infinito (e indefinito) rimpianto e insieme ad una grande aspettativa di speranza.

Qualcosa che può essere soltanto intuizione di fronte all’ineffabile.

Queste le cose che, secondo me, puntualizzano la differenza fra una foto documentativa ed un’immagine propositiva, lo scarto fra il lessico parlato ed il linguaggio poetico.

Nella forma, l’esemplificazione che mi pare più immediata e pertinente è quella dell’angelo velato, dove i lineamenti pur nascosti sono chiaramente intuibili, dove le fattezze non descrivono la fisionomia dei particolari ma lasciano chiaramente intuire il viso umano.

Francesco Mandrino

L’articolo è comparso su carta stampata, quindi potrai vedere l’articolo originale da questa immagine >

Per avere maggiori informazioni sulla mostra, clicca qui >

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