Intervista su ASEALM a Gottfried Dunkel

Francesco Mandrino, poeta e contributore del giornale sulpanaro.net, intervista Gottfried Dunkel sulla mostra “Ai sogni e alla loro morte (martedì grasso a Venezia)”, in occasione dell’annuncio.

Il fotografo di San Felice Gottfried Dunkel intervistato dal poeta Francesco Mandrino

Sono qui con Gottfried Dunkel, fotografo con al suo attivo diverse mostre a S. Felice. Questa volta compie un grande salto esponendo a Bologna, tutto questo grazie al tanto vituperato virus che ha reso indisponibili gli spazi nel paese. Vero?

GD Eh si, si esporrò nella mia amata Bologna, luogo a me molto caro, dove ho passato anni splendidi, quelli universitari. E’ un grande salto, non so come atterrerò, d’altronde quando si balza non si può saperlo, ma sono pronto! Nel contempo colgo l’occasione per ringraziare i negozianti di Ri-Commerciamo che mi hanno sempre ospitato con tanto affetto e stima.

FM Il tema di questa mostra mi suggerisce un titolo tanto provocatorio quanto improponibile: obiettivo-morte, che ne pensi?

GD “Ai sogni e alla loro morte” era come titolo nella mia testa ancor prima che si delineassero le foto che dovevo scattare. Il sottotitolo “Martedì grasso a Venezia” è stato aggiunto in seguito quando ho ritenuto di utilizzare Venezia ed il suo carnevale per incastonare il narrato. Sono consapevole che possa essere un titolo “scomodo”, che possa essere equivocato, rifiutato ed essere causa di mancata partecipazione alla mostra,  come accaduto in passato. E’ comunque noto che mi piace giocare con i titoli e provocare ed è interessante osservare come tanti paladini dell’arte si lascino influenzare dalle intestazioni per sputare sentenze senza aver visto nulla .

Le 60 foto del blocco narrativo non sono né un elogio né un inno a “Sorella Morte”, anzi. In assoluto ritengo questa la mia opera più romantica. La mostra di quest’anno è un monito per chi in cattiva fede, deliberatamente, consapevolmente e con enorme leggerezza uccide i sogni altrui impedendo al prossimo di essere felice.

FM cosa ne pensi della Morte?

GD  La Morte è un evento inevitabile, più grande di noi, un mistero insondabile. La Morte è l’ultimo traguardo fisico terreno per il mondo organico ed inorganico. Il bruco di fatto muore (o meglio cessa di essere tale) per diventare farfalla, i coralli non si sarebbero trasformati in dolomite se non fossero morti dopo essere stati innalzati dai fondali marini. Per Baudelarie la morte è “il portico che s’apre sui cieli ignoti”. Per chi ha fede detti cieli sono meno sconosciuti. Non sono affascinato dalla “Nera Signora”, ma la rispetto, anche perché è da sempre sola ed il sorriso non alberga sulle sue labbra. Dio ha la compagnia degli angeli, Satana dei demoni. La Morte no, è per questo che mi sono permesso di darle nella narrazione la compagnia e l’affetto di un gatto e la possibilità di festeggiare il carnevale sollevandola dai suoi pesanti incarichi per qualche ora. La “Signora con la falce” per come la vedo io, fa il lavoro più sporco che esista al mondo, una mansione che non ha chiesto, ma che Dio le ha imposto. Un incarico autorevole, perché da accesso alla giustizia. Senza la Morte i buoni non vanno in paradiso e gli empi non accedono agli inferi. “Sorella Morte” spesso lenisce le sofferenze, dona pace, liberazione, quel sollievo che l’uomo non è capace di trovare e di dare a dispetto delle conquiste culturali e tecnologiche avute dalla preistoria ad ora. La morte è trasformazione, passaggio, ma forse ne rifiutiamo detta declinazione in quanto non tocchiamo ne vediamo i risultati finali del suo agito, non ci è possibile vedere il dopo. O forse più semplicemente, si ha paura della resa dei conti. Ma non è negandola che la eviteremo. “Nulla è eterno, non lo è l’amore e non lo è la sofferenza, solo i sogni rimangono immortali purché non li si lascino morire”…se l’evoluzione non ha decretato che sognare è controproducente per la specie, un motivo ci sarà, non vedo perché lo debba fare l’uomo. 

FM Le mostre precedenti, “Voluptas”,“Insania”,“Abrenuntias?”, tutte in bianconero, seguono un percorso che sembra trovare conclusione in questa. Sbaglio?

GD No, non sbagli. “Ai sogni e alla loro morte” chiuderà la “Tetralogia delle Tentazioni”. I miei prossimi progetti, pur avendo radici nelle tematiche che da sempre affronto, sono nati e sono stati sviluppati tenendo bene a mente che quanto avevo fatto prima era da considerarsi un capitolo chiuso.  

FM Come nasce e si sviluppa l’approccio a questo filone che potrei dire Dark? 

GD Non ho seguito e non seguo mai uno schema prefissato, perché se mi basta poco per essere Gottfried Dunkel, appena uno schiocco di dita, lo stesso gesto non mi dà l’ispirazione. I miei atti creativi sono legati a visioni e a pensieri che mi prendono e mi abbracciano quando meno me lo aspetto. Già presenti inconsciamente nella mia natura introspettiva e melanconica essi vengono amplificati da determinate situazioni di vissuto o da riminiscenze oniriche. Concordo che le mie opere siano tutt’altro che solari, ma contengono più Luce di quel che possa apparire ad uno sguardo poco attento e non è questione di distribuzione quali/quantitativa della luce nelle inquadrature, ma di messaggio finale. 

FM Nei casi precedenti ci hai mostrato uno sporadico inserimento del colore nelle immagini, per quali motivi. Questa volta?

GD  Sarà in bianco e nero o a colori? A ridosso delle esposizioni e in prossimità di annuncio delle successive è la domanda che mi viene rivolta con maggiore frequenza, mi pare di essere una donna incinta… E’ maschio? E’ femmina?… Come detto sopra non seguo piani predefiniti. Se una foto a colori mi piace e sottolinea un concetto o un particolare e soprattutto qualora presenti una resa migliore rispetto alla versione in bianco e nero, allora, la inserisco nella sequenza e lascio perdere uno dei miei pochi vincoli di stesura della successione narrativa, l’omogeneità cromatica. Questa volta? Io so come sarà, voi venite in mostra a vedere…ma poi mi chiedo, è così discriminante che sia monocromatica o a colori?

FM L’utilizzo delle modelle (si potrebbe dire l’uso), tra il discreto ed il reticente che senso ha nell’economia della narrazione?

GD Dell’importanza delle Messaggere (le modelle di Gottfried Dunkel) ho già detto più volte in passato. Di fatto sono lo scheletro delle mie opere. Senza di loro le mie visioni non starebbero in piedi, non si materializzerebbero. In merito al senso, lungi dall’essere pretenzioso, ritengo che i contenuti delle mie mostre siano a forte componente umana ed empatica nei confronti della sofferenza, nelle sue varie forme, e di chi la sperimenta, la vive o la subisce, ovviamente per esprimere questa tipologia di contenuti sono per me necessarie le  Messaggere quali tramiti indispensabili per rendere reale l’immaginato e veicolare il messaggio da trasmettere, con tutte le sue sfumature, nel mondo sensibile. 

FM Il modo di porti è a volte sottilmente, spesso direttamente, provocatorio quali reazioni hai raccolto? Quali le migliori? Quali le più apprezzate dall’autore?

GD Sarei un bugiardo se ti rispondessi: “non mi piace provocare”. Ma la mia provocazione non è fine a se stessa. Provocare tanto per fare non è nelle mie corde e soprattutto non porterebbe a nulla. E non sono provocatorie (nel senso stretto) le mie foto. Provoco attraverso i miei scatti per far pensare e meditare. La fotografia come forme d’arte deve ritrovare la componente comunicativa che possiede e le spetta, purtroppo in gran parte persa tra meri esercizi di stile e massificazione legata a like, followers, voglia di apparire a tutti i costi, avere successo. Per rispondere ad un’altra delle domande poste sopra, in passato un diacono si è fermato davanti alla sala espositiva e ha benedetto me e tutto il resto. Forse pensava fossi un satanista o forse il nome della mostra non gli piaceva (era l’esposizione “Respirando arie gotiche tossendo sinfonie blasfeme”). All’inizio la cosa mi scocciò, ma ora è tra le reazioni che apprezzo maggiormente. Anzi ne sono orgoglioso. E le benedizioni non fanno mai male…

FM Pur restando nel filone Dark, per il futuro pensi di passare oltre la tematica di queste prime proposizioni? Pensi che sia possibile un impegno al di fuori del filone Dark?

GD Le prossime due mostre non penso siano dark, almeno non lo sono nel senso stretto del temine, anche se una di esse ripercorrerà le gesta del serial killer più famoso al mondo, Jack lo squartatore. Non mi pongo vincoli. Spetta all’ispirazione la direzione ed il tema delle mie opere e va bene così, in quanto è inutile che mi metta a proporre ciò che non voglio, non sento e non cerco, vedremo. Il tempo darà in risposte in merito alla tua domanda, perché non so cosa scatterò o se scatterò…

FM Cosa ti aspetti dal diverso contesto, come luogo, uno studio fotografico, che come pubblico, fuori dalle conoscenze personali, col quale ti prepari a confrontarti?

GD Diverso sarà il luogo, il pubblico, ma gli scatti non cambiano se espongo  qui o là, certamente c’è un maggior potenziale in termini di visibilità. Questo lo penso io, ma di fatto, alcune cose cambiano. L’ho visto quando ho esposto la prima volta usando lo pseudonimo che uso tuttora. E’ arrivata gente che non si era mai vista. Sorridevo di fronte alla loro domanda “Ma sei tu?”. Non mi preparerò al confronto in maniera diversa rispetto al passato, anzi non l’ho mai fatto. Certo penso alle probabili reazioni del pubblico, ma non è come preparare un esame all’università. Non ne vedo la necessità e non esiste ricetta per farlo. Indipendentemente da dove espongo la cosa più importante è che passi il mio messaggio, che i messaggi contenuti nelle foto siano compresi e capiti. Quando sarà ora mi vestirò, mi farò truccare, e andrò alla mostra senza copioni scritti.  Ho sempre risposto alle domande poste dal pubblico, dalle più profonde alle più frivole, non temo il contatto con esso. E non ho paura del confronto. Da Bologna mi aspetto però più curiosità e maggiore apertura mentale. 

FM Ora che hai compiuto il grande balzo, anche se non tutto per tuo coraggio, pensi di poterti attivare nella ricerca di altri spazi più lontani?

GD C’è sempre bisogno di coraggio, anche se ti posso dire che non è per mancanza d’ animo che sono arrivato a Bologna solo adesso. Gli spazi espositivi ci sono, ma quando li contatti pochissimi di loro si degnano di rispondere e tra questi tanti rispondono con sufficienza o, diciamola tutta, maleducazione, altri ancora con relativo entusiasmo ma chiedendo condizioni e termini di utilizzo improponibili. Non voglio fare la figura dell’artista  che piange, non mi sento tale e si piange per ben più gravi motivi. Posso assicurati, però,  che trovare una sala espositiva non è così facile come possa sembrare. Continuerò a inviare mail e non mi fermerò. Qualcosa ho visto muoversi in questi ultimi tempi e ringrazio  di cuore chi mi ha dato fiducia e possibilità di esporre nella mia amata Bologna!

Ricordando che sono presente  sui social e che anche attraverso il sito di Gottfried Dunkel chi è interessato può approfondire la mia conoscenza e la mia produzione, sono sempre disponibile a prendere in considerazione proposte per organizzare future esposizioni.

Attenzione però sedicenti sale espositive che fate sarcasmo e battute di serie B. I vostri nomi e cognomi me li sono segnati! Qualcuno vaticinando asserisce che sarò famoso da morto, in quel caso non perdete tempo a contattare chi che sia per avere le mie opere da esporre,  rimarrete a bocca asciutta! Non è una questione di ripicca. Come Voi decidete gli artisti che espongono in base ai Vostri imperscrutabili ed ineffabili criteri di qualità, così,  in quanto proprietario, decido io, anche da morto,  a chi far esporre i miei scatti, sulla base dei miei criteri di selezione al cui primo posto sta l’educazione ed il rispetto. Amen.”

FM Vuoi aggiungere qualcosa? 

GD Vi aspetto tutti alla mostra!!! Vi darò notizie in merito a luoghi e a modalità non appena possibile…

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Recensione su Abrenuntias? di Francesco Mandrino – Gottfried Dunkel

Recensione su Abrenuntias? di Francesco Mandrino

“Abrenuntias?”: la recensione di Francesco Mandrino sulla mostra fotografica di Gottfried Dunkel

SAN FELICE SUL PANARO – “Abrenuntias?”: la recensione del poeta Francesco Mandrino sulla mostra fotografica di Gottfried Dunkel che si è tenuta nei giorni scorsi a San Felice

Gottfried Dunkel, alias Massimiliano, torna alla Sala Espositiva della Galleria Ricommerciamo il 19 e 20 ottobre, con una lunga serie di fotografie montate su pannelli neri di stile Via Crucis.

La sua produzione, si era già visto nelle mostre precedenti, si scosta decisamente dai vari stili che si possono osservare nell’ambiente della fotografia, dove abbondano plagi e scopiazzature, in lui solo qualche somiglianza, per il resto molta originalità.

Il gotico la fa da padrone in gran parte delle immagini, in senso architettonico ma anche in senso letterario. La quasi totalità delle fotografie è in bianco e nero, con toni cupi e molto contrastati, le poche a colori appaiono improvvisamente come boccate d’aria dopo lunghe apnee.

L’autore divide la serie di 56 inquadrature in tre sezioni: la prima mostra la tentazione vincere sulla fede; la seconda l’insediamento del Diavolo nell’anima; la terza l’esorcismo e il ritorno della fede.

Io non ho titoli per entrare nelle varie tappe di questi percorsi, descritti passo passo in uno stampato a disposizione del visitatore della mostra, mi limiterò all’aspetto icastico e, forse, iconografico. Molte delle immagini sono a forte impatto emotivo, la cui intensità muta a secondo del grado di coinvolgimento nel tema da parte del visitatore. La sovrapposizione di elementi quasi grafici e le doppie esposizioni di elementi, a volte in contrasto apparente fra di loro, orienta la considerazione dell’osservatore. L’indugiare sugli elementi da porre in risalto attraverso delle sfocature con lunghe profondità di campo accentuano le messe a fuoco dell’oggetto.

Il tutto, a me sembra, viene giocato in una continua provocazione condotta verso due sensi quasi contrapposti, che quindi non lascia alcuno fuori dal mirino.

Francesco Mandrino

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Intervista post-Insania di ModenaToday

ModenaToday ha intervistato l’artista a seguito del successo riscontrato dopo la mostra Insania.
A seguire è riportata l’intervista.

Il fascino dei manicomi abbandonati nella mostra “Insania” di Gottfried Dunkel

Un viaggio nei manicomi abbandonati grazie alle fotografie scattate dal modenese Gottfried Dunkel, che nella sua “Insania” ha saputo rappresentare un mondo lasciato a sé stesso ma ancora carico di fascino e significati

La mostra “Insania” del modenese Gottfried Dunkel ha suscitato ampio interesse da parte del pubblico, grazie alle sue fotografie certamente diverse da quelle che normalmente siamo abituati a vedere e con scelte stilistiche che catturano l’attenzione. Per l’occasione abbiamo intervistato l’artista per raccontarci il suo rapporto con la fotografia e con ciò che vuole rappresentare.

Chi è Gottfried Dunkel?

Gottfried Dunkel? Lo conosco abbastanza bene…ma non è facile dare una risposta univoca o esaustiva. Re Ludwig II di Baviera, cugino della nota principessa Sissi, scrisse: “Voglio rimanere un enigma per me stesso ed il mondo intero”, citazione che trovo in linea con il mio sentire, per questo sarebbe forse più facile chiedere agli altri chi è Gottfried Dunkel. Non riesco a definirmi con un termine solo o con una serie di termini, le etichette limitano, le categorie mi vanno strette. Posso però dire che non mi ritengo un fotografo in senso stretto. Nel mio sentire mi ritengo più vicino ad un cantastorie, ma essendo stonato come una campana, preferisco narrare per immagini e non essendo il disegno e la pittura tecniche che riesco a padroneggiare (per dirla con un eufemismo), il mio “medium” è divenuto la fotografia, che mi permette di costruire sequenze oscure senza tempo, romantiche, malinconiche, misteriose e mistiche. Attraverso le mie foto cerco di raccontare, di dare nuova vita, anima e nuovi significati a situazioni che senza il mio intervento andrebbero dimenticati. Gottfried Dunkel è Massimiliano, certo, rispetto a lui è solo truccato, pettinato, più ordinato e un pelo (quanto basta) vanitoso e spaccone, ma è al contempo il mezzo che mi permette di esprimermi più liberamente nel l’atto creativo, un po’ più libero dagli orpelli che mi/ci connotano nei ruoli del mio/nostro quotidiano.

La tua ultima mostra si intitola Insania, cosa hai voluto rappresentare?

Fin da quando “l’ho vista nella mia mente”, INSANIA doveva essere un sogno. Un sogno vivido, fatto da persone dimenticate dal mondo, ma non da Dio, con un inaspettato e sottile lieto fine in cui credo: la fine del dolore, il paradiso. Alcuni visitatori ci hanno visto una denuncia di fatti accaduti in passato e questa può essere una delle possibili letture, ma non era nelle mie intenzioni, anche se di fatto ho dato voce agli oppressi e agli emarginati di epoche lontane, vittime delle conoscenze mediche e del sistema sociale di allora. Ribadisco, INSANIA è un sogno, dove finalmente la luce, la giustizia divina, vince la fragilità della natura umana. INSANIA è speranza di resurrezione. Non è una mostra facile ne fruibile appieno nell’immediato, i contenuti visivi e non, non sono leggeri; malattia mentale e fede non sono argomenti da bar, da pub, da piattaforme social. Sono rimasto molto soddisfatto dalla mostra. Primo: perché è stata compresa. Secondo: per le reazioni del pubblico; molti sono rimasti senza parole, tanti si sono commossi, alcuni hanno pianto. Terzo: sono contento per l’affluenza. Sono venuti quasi tutti quelli che mi seguono da tempo, ma anche tanti che non si erano mai visti prima. Anche la visione notturna a lume di torcia è stata molto apprezzata…certo, c’era il pericolo, molto concreto, che il pubblico percepisse il tutto come un film horror, che molti particolari delle foto si perdessero, ma tutto è andato bene. Grande plauso anche ad “Inside” , brano musicale scritto da Guido Benedetti, con il monicker Bubblegum, per la mostra che ha reso la visione ancora più ricca e multisensoriale. Un risultato ottenuto grazie alle “mie” Messaggere, ai “miei” assistenti: Chiara Paolucci, Luca Calzolari, Guido Benedetti,Roberta Incerti, Cinzia Molin, oltre a Roberta Gloria Stragliati, che ha allestito la sala espositiva, e a Stefan Manderioli per i bei ritratti che mi ha scattato alla mostra.

Le tue fotografie sono dominate dai colori scuri, cosa ti piace del lato dark dell’esistenza?

Quando c’è nuvolo, quando scende la sera o durante la notte in molti si sentono a disagio, come se mancasse qualcosa. Così come quando le foto sono sottoesposte o in esse dominano i colori scuri, le foto sono viste/sentite/percepite come “negative”. La luce non esisterebbe senza il buio, ma visto che quest’ultima frase non sta in piedi dal punto di vista accademico, rettifico in maniera scientifica, ma nel contempo romantica, alla Gottfried : “senza il buio, senza la notte, le stelle non potrebbero brillare”. Il “dark”, purtroppo, con il passare del tempo ha perso la propria cultura, le proprie radici e, per molti, oggi, essere “dark” è semplicemente vestirsi in un certo modo e/o ascoltare una certa lista di gruppi musicali…Sbagliatissimo. L’essere “dark” è un sentire interiore, non si acquista in negozio. Lo si può avere o non avere, acquisire…lo si può coltivare o no, oppure ignorarlo. Per altri i “dark” sono solamente personaggi eccentrici, depressi ed infelici, degli eterni Peter Pan che non sono andati oltre i propri traumi adolescenziali. Io ovviamente non posso cambiare ciò che pensa la gente. Ti posso dire però che non sono nè macabro nè tetro nel senso stretto del termine (aggettivi che mi sono sentito dire ripetutamente nel corso del tempo). Il fatto che abbia più volte fotografato “la morte” e “la sofferenza”, non significa che sia affascinato da esse, che le desideri. Fotografarle può essere forse un modo per esorcizzarle, ma sicuramente lo è di rispettarle. Del lato dark dell’esistenza mi piace la spiccata sensibilità intrinseca, l’emozionarsi e il riflettere su cose e temi che sfuggono a molti. Il lato dark dell’esistenza fa sognare e non ho voglia di smettere in tal senso.

Un ruolo fondamentale nel tuo lavoro artistico lo hanno le tue messaggere. Raccontaci chi sono e perché sono proprio in quelle pose?

Come detto durante la video intervista per ModenaToday l’anno scorso, le Messaggere sono le “mie” modelle. Fanno parte di questo gruppo mia moglie, ed altri affetti importanti, amiche e persone che sono rimaste colpite dalle mie foto o che ho incontrato casualmente ad eventi, che “a pelle” mi sono piaciute e mi “hanno detto qualcosa” , a cui ho chiesto di entrare a far parte del gruppo. Le ammiro molto e sono loro molto riconoscente. Nessuna di loro è una professionista. Si mettono in gioco per me, consapevoli che non vincono la lotteria e che possono essere aggettivate o criticate dal pubblico. Ma le Messaggere sono toste, e vanno oltre…Il ruolo delle Messaggere è incommensurabile. Senza nulla togliere a ciò che hanno fatto in passato e vedrete loro fare in futuro, in INSANIA sono state immense. Cinque, su sette di loro indossavano la camicia di forza, avevano solo il volto a disposizione per esprimere emozioni, situazioni, sofferenza. Sono state sbalorditive. In INSANIA dovevano esprimere follia, dolore, incomunicabilità, inquietudine, dignità e “bellezza”. Ecco il perché di quelle pose. Il pubblico ha molto apprezzato la loro bellezza e la loro interpretazione. Alcuni visitatori hanno detto che le Messaggere avevano sguardi ed espressioni che “attaccavano al muro”, e hanno ragione…era quello che cercavo, che sentivo, che volevo. Sono orgoglioso di loro. Senza le Messaggere le mie sequenze fotografiche sarebbero decisamente più “piatte” e più povere di spirito e di bellezza.

Un ruolo fondamentale lo hanno avuto in questa mostra i manicomi, cosa ti affascina di loro?

Non sono stato affascinato direttamente dai manicomi, ma dalle storie che le pareti, le statue, la polvere, gli oggetti rotti, la strumentazione medica mi raccontavano. Le suggestioni che ho sentito mentre fotografavo e che poi ho imprigionato nelle foto mi hanno suggerito un breve scritto. Sono partito da questo per costruire la sequenza di INSANIA e da questo “ho visto” come dovevo fotografare le Messaggere (che comunque ci hanno messo molto anche del loro, una volta che le ho fatte calare nell’immaginario).

Chiederti se hai altri progetti nel cassetto sarebbe inutile perché saranno numerosi. Puoi anticipare qualcuno di questi?

Volentieri! Come l’anno scorso durante la tua video intervista, ho anticipato la mostra di quest’anno, colgo l’occasione, ora, per annunciare il titolo della prossima mostra, la terza della Tetralogia delle Tentazioni. Il mio prossimo progetto si intitolerà : “Abrenuntias?” (in italiano : “Rinunci?”) e la tentazione trattata sarà : il male. Per la prima volta comparirà anche un Messaggero. Nel frattempo conto di finire le photosessions per “Jack Lo Squartatore”…poi vedremo…lo stress influisce molto sui miei atti creativi! Ma quando fotografo devo essere tranquillo!

La pagina originale dell’intervista a Gottfried Dunkel è reperibile tramite questo link.

Recensione di XXI dei Nuntii (i Dimenticati) – Gottfried Dunkel

La recensione è apparsa sul mensile indipendente di divulgazione ed informazione Piazza Verdi, Anno XXVI – Maggio 2014.

XXI DEI NUNTII (I DIMENTICATI)

 

Mostra fotografica di Massimiliano Caleffi che si è tenuta a San Felice dal 14 al 21 Aprile.

Linguaggio poetico e lessico parlato

L’automobilista frettoloso e distratto che si fosse trovato a passare dopo la metà di aprile lungo la via Mazzini, a San Felice, avrebbe pensato ad un’esposizione di pittura.
Tratto in inganno dai cavalletti cui erano esposte le immagini ma ancor più dalla particolarità delle immagini stesse.

Le fotografie che sono state esposte da Massimiliano Caleffi avevano infatti poco a vedere con la maggioranza di quelle che si vedono spesso nelle diverse occasioni, e questo indipendentemente dal tema.

Entrando nel contesto, sono immagini che giocano sullo scarto fra luce, l’ombra e il buio, con andamento ondivago tra la fotosolarizzata e la fotomeccanica, dove il colore, quando c’è, non diventa mai il significante principale.
Complemento alla forma esso l’aggettiva, al più ne completa il senso (tali le colonne azzurre e le sfiammate di rosso).

Il tema poi non è certo dei più frequentati dalla fotografia artistica odierna: esula dalla proposizione del mero ossequio alla fede come a quella della fredda riproduzione dell’aspetto architettonico.

I soggetti sono angeli; statue riprese nei maggiori cimiteri monumentali italiani che, con inquadrature a volte azzardate, sfuggono al riferimento a volte fideistico ad una singola religione come a quello ad una estesa e spersonalizzata laicità, non comunicano l’istantaneità della morte bensì la certezza che sta nella sua attesa, ed insieme quella in un’eventualità che verrà dopo; avvenire incerto come incerto è stato il momento in cui essa è avvenuta (lo scarto fra il divenire e l’avvenire?).

La gestione dei primi piani fa si che la mestizia dei volti non giunga mai alla tristezza (nonostante le lacrime nere), lo sconcerto non arrivi mai alla ribellione (pur nell’austerità delle espressioni).

Nel proporre una religione al di sopra di ogni singola religione lascia intuire una sacralità al di sotto di ogni dogma, paradossalmente qualcosa che, ricordandoci l’ineffabilità della morte, è più vicina alla vita di ognuno di noi.

Con alcuni punti di ripresa non convenzionali induce ad una meditazione che va oltre il pensiero di finitezza dell’esistenza o di infinità (indefinita) del tempo, ad un sentimento di infinito (e indefinito) rimpianto e insieme ad una grande aspettativa di speranza.

Qualcosa che può essere soltanto intuizione di fronte all’ineffabile.

Queste le cose che, secondo me, puntualizzano la differenza fra una foto documentativa ed un’immagine propositiva, lo scarto fra il lessico parlato ed il linguaggio poetico.

Nella forma, l’esemplificazione che mi pare più immediata e pertinente è quella dell’angelo velato, dove i lineamenti pur nascosti sono chiaramente intuibili, dove le fattezze non descrivono la fisionomia dei particolari ma lasciano chiaramente intuire il viso umano.

Francesco Mandrino

L’articolo è comparso su carta stampata, quindi potrai vedere l’articolo originale da questa immagine >

Per avere maggiori informazioni sulla mostra, clicca qui >

Video-intervista a Gottfried Dunkel

Nella seguente video-intervista, Gottfried Dunkel spiega il proprio punto di vista artistico a Francesco Folloni di Modena Today. Durante l’intervista, anche un’inattesa anteprima riguardo la prossima mostra..

Trovi l’articolo originale della video-intervista del 30.05.17 qui >